HomeCronache di un cervello creativoIl colore che quasi nessuno può usare: Tiffany Blue®

Il colore che quasi nessuno può usare: Tiffany Blue®

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CRONACHE DI UN CERVELLO CREATIVO
Storie, idee e ossessioni
di una designer
con il vizio di osservare tutto.
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Ci sono storie che non finiscono mai in un manuale di design. Finiscono qui.

Cronache di un cervello creativo è una raccolta di curiosità, idee, ossessioni
e vicende che dimostrano quanto il mondo creativo possa essere geniale,
sorprendente e, ogni tanto, completamente fuori di testa.
Dall’arte al design, dai gioielli alla tipografia, qui troverai tutto ciò che
mi ha fatto fermare un attimo e pensare:
” Aspetta…questa la devo raccontare”.

 

 

CRONACA V
«Un colore. Una scatola.
E quasi due secoli
per fare in modo che nessuno riuscisse più a separarli.»

REPERTO 05

Tiffany Blue®

 

Ci sono cose che appartengono a qualcuno: una casa, un’automobile, un diamante, un marchio.
Persino un’isola, se siete particolarmente fortunati.

Poi ci sono cose che consideriamo di tutti: il cielo, il mare, la luce… i colori.
Sul cielo, almeno per ora, possiamo stare tranquilli. Sui colori la faccenda è leggermente più complicata.

Perché esiste una particolare tonalità di azzurro che potete tranquillamente scegliere per una parete, una camicia o la vostra nuova bicicletta. Ma provate a usarla commercialmente in un modo che faccia sembrare i vostri gioielli provenienti da Tiffany & Co. e la conversazione potrebbe prendere una piega decisamente meno romantica.

Benvenuti nel meraviglioso mondo della proprietà intellettuale, dove persino un colore può smettere di essere soltanto un colore e diventare un patrimonio aziendale.

E non stiamo parlando di un azzurro qualsiasi.
Stiamo parlando di quell’azzurro.

Quello che basta vedere su una piccola scatola per iniziare immediatamente a fare supposizioni sul contenuto.
Non serve leggere Tiffany & Co., vedere un diamante o aprire il coperchio.

Basta il colore.

Ed è qui che la storia diventa interessante, perché riuscire a eliminare quasi tutto — prodotto compreso — e continuare a essere riconoscibili, è probabilmente una delle più grandi dimostrazioni di branding che un’azienda possa dare.

Prima ancora di diventare un simbolo del lusso, Tiffany era un piccolo negozio di Broadway – AI/V

Tutto cominciò con 4 dollari e 98 centesimi

New York, 1837. Charles Lewis Tiffany ha venticinque anni quando apre insieme a Jhon B. Young un negozio di stationery and fancy goods al 259 di Broadway. Il primo giorno di attività si chiude con un incasso di 4 dollari e 98 centesimi.

Non esattamente il genere di debutto che suggerisce: tranquilli, fra un paio di secoli saremo uno dei simboli mondiali del lusso.

Eppure.

Nel 1845 Tiffany sceglie una particolare tonalità robin’s-egg blue, l’azzurro dell’uovo del pettirosso americano, per la copertina del Blue Book, il catalogo annuale della maison. Quella tonalità sarebbe diventata inseparabile dal nome Tiffany.

Perché proprio quella?

Qui purtroppo dobbiamo fare una cosa terribile: rinunciare alla leggenda perfetta.

Non lo sappiamo con certezza.

Tiffany stessa racconta che la ragione esatta della scelta di Charles Lewis Tiffany è sconosciuta. Una delle spiegazioni possibili riguarda la popolarità del turchese nella gioielleria del XIX secolo e, in particolare, nell’ambito matrimoniale vittoriano. Le spose potevano regalare alle damigelle spille a forma di colomba decorate con turchesi come ricordo delle nozze; è quindi plausibile che quella famiglia cromatica evocasse già romanticismo e gioielleria, e che Charles Lewis Tiffany abbia scelto una tonalità appartenente a un immaginario gì legato alla gioielleria ed al matrimonio. Possibile, non certo.

E, sinceramente, preferisco così.

Perché significa che uno dei codici visivi più riconoscibili della storia potrebbe essere nato da una scelta fatta nel 1845 senza che nessuno avesse la minima idea di quello che sarebbe successo dopo.

Poi arrivò la scatola. E l’azzurro smise di essere innocente.

Il robin’s-egg blue entra nella storia di Tiffany nel 1845, sulla copertina del Blue Book – AI/V

Il colore non rimase confinato al Blue Book. Entrò nell’identità di Tiffany e, soprattutto, nel suo packaging.

Ed è qui che accadde qualcosa di straordinario: un’azienda che vende diamanti, pietre preziose e gioielli riesce a rendere desiderabile persino la scatola di cartone che li contiene.

Pensateci. E’ quasi offensivo nei confronti del diamante.

La Tiffany Blue Box® diventa progressivamente un oggetto capace di anticipare il contenuto. Prima ancora di vedere il gioiello, la scatola racconta già il lusso, regalo, attesa, matrimonio, promessa.
Tutte associazioni che, ripetute per decenni, finiscono per depositarsi sul colore stesso.

E Tiffany aveva capito molto presto quanto fosse prezioso quel piccolo contenitore.

Oggi la maison riporta una frase del New York Evening Sun del 1889 secondo cui c’era una cosa da Tiffany che non si poteva comprare a nessun prezzo: una delle sue scatole. La regola era che si ricevesse con l’acquisto di un prodotto. La pagina stampa Tiffany cita inoltre un articolo del 1906 che descriveva la politica come ferrea e afferma che la regola è mantenuta ancora oggi.

Il che, dal punto di vista del marketing, è di una perfidia meravigliosa.

Potete avere i soldi, potete desiderare la scatola, potete anche entrare e chiederla. Ma se volete quel piccolo quadrato azzurro dovete comprare ciò che dovrebbe contenere.

A quel punto la scatola non è più packaging: diventa una prova di appartenenza. Certifica che qualcuno è entrato da Tiffany, ha comprato Tiffany e adesso sta regalando Tiffany.

Il gioiello è ancora chiuso dentro ed il brand ha già fatto tutto il lavoro.

Quando un colore diventa un marchio

A questo punto arriva la parte che ha contribuito a creare una delle convinzioni più diffuse su Tiffany: “hanno brevettato un colore”. Non proprio.

E la differenza è importante, anche perché la realtà è molto più interessante.

Nel 1998 Tiffany ottenne negli Stati Uniti la registrazione del suo celebre robin’s-egg blue come marchio. La USPTO identifica la registrazione statunitense n. 2184128 e racconta come quella tonalità, utilizzata dall’azienda fin dal 1845, fosse ormai diventata sinonimo di Tiffany.

Questo non significa che Tiffany abbia acquistato una porzione dello spettro cromatico e possa vietare al resto dell’umanità di utilizzarla.

Peccato, perché sarebbe stata una Cronaca ancora migliore.

Il punto è un altro. Negli Stati Uniti un colore può funzionare come marchio quanto, tra le altre condizioni, ha acquisito capacità distintiva: il pubblico non vede più soltanto una tinta, ma la associa alla provenienza commerciale di determinati beni o servizi. La Corte Suprema statunitense ha riconosciuto nel 1995, nel caso Qualitex v.Jacobson, che anche un colore da solo può svolgere questa funzione; la USPTO precisa inoltre che un color mark, di regola, non è distintivo per natura e deve acquisire tale riconoscibilità.

Quando un colore smette di essere soltanto un colore e comincia a identificare un marchio – AI/V

Tradotto dal legalese alla vita reale: potete dipingere la cucina di azzurro Tiffany senza aspettarvi una squadra di avvocati alla porta.

Se invece domani aprite una gioielleria, confezionate tutto in scatoline di quella tonalità e costruite un’identità che porta il cliente a credere di trovarsi davanti a Tiffany…magari non ordinerei ancora lo champagne per l’inaugurazione ecco.

Ma la cosa straordinaria non è che Tiffany sia riuscita a tutelare un colore.
E’ come abbia fatto a renderlo tutelabile.

Non ha preso un azzurro e dichiarato: “Questo è mio”.
Ha trascorso generazioni a fare in modo che milioni di persone guardassero quell’azzurro e pensassero:

Tiffany.

Ed è tutta un’altra cosa.

1837 Blue: quando un anno diventa un colore

A un certo punto, però, avere un azzurro riconoscibile non bastava. Doveva essere sempre quell’azzurro: sulla scatola, sulla shopping bag, nella comunicazione, indipendentemente dal supporto su cui veniva riprodotto.

Pantone standardizzò quindi per Tiffany una tonalità personalizzata, chiamata 1837 Blue, in omaggio all’anno di fondazione della maison. Tiffany indica il 2001 come anno della standardizzazione e precisa che si tratta di un colore creato esclusivamente per l’azienda e non disponibile pubblicamente.

Questa parte della storia mi diverte particolarmente.

Perché siamo partiti da un ragazzo di venticinque anni che apre un negozio a Broadway e siamo arrivati, più di un secolo e mezzo dopo, a un colore che porta come nome l’anno in cui quel negozio aprì.

Il 1837 non è più soltanto l’anno di nascita di Tiffany: diventa parte della sua identità cromatica – AI/V

Non è più solo una tonalità.

È archivio, identità, memoria e marketing condensati in pochi centimetri quadrati.

Ed è anche la dimostrazione di quanto possa essere potente la coerenza. Nel branding abbiamo spesso una certa ansia da rivoluzione: nuovo logo, nuovo colore, nuova immagine, nuovo tutto. Poi esiste Tiffany che prende una scelta cromatica dell’Ottocento e, invece di annoiarsene dopo tre stagioni, la trasforma in un patrimonio.

Forse ogni tanto non serve reinventarsi.

Serve avere avuto una buona idea e la pazienza di non rovinarla.

La cosa più difficile da copiare non è il colore

Arrivati qui, potrebbe sembrare che il segreto sia semplicissimo: trovi una bella tonalità, la usi abbastanza a lungo, la registri e aspetti che diventi famosa.

Certo.

Come dire che per diventare Picasso basta comprare dei pennelli.

Il valore del Tiffany Blue non risiede nella composizione cromatica. Risiede in tutto ciò che Tiffany ha costruito intorno a quella composizione.

Per quasi due secoli quel colore è comparso accanto a diamanti, gioielli, regali, fidanzamenti, vetrine, campagne pubblicitarie e scatole che generazioni di persone hanno desiderato ricevere. A forza di ripetere quella relazione, l’azienda ha fatto qualcosa che nessun codice colore, da solo, avrebbe potuto fare: ha riempito una tonalità di significato.

È il motivo per cui copiare un colore è facilissimo.

Copiare ciò che quel colore significa è quasi impossibile.

Il Tiffany Blue non vive da solo: è il risultato di una coerenza visiva costruita nel tempo – AI/V

E questa è forse la parte più interessante per chi lavora nel design. Passiamo moltissimo tempo a scegliere palette, materiali, font e forme, ma nessuno di questi elementi possiede automaticamente un’identità. L’identità nasce quando quelle scelte vengono ripetute con sufficiente coerenza da diventare riconoscibili e, soprattutto, quando vengono associate a un’esperienza abbastanza forte da diventare memorabili.

Tiffany non ha reso famoso un azzurro perché era l’azzurro più bello disponibile.

Lo ha reso famoso perché, per decenni, dentro quella scatola succedevano cose che le persone volevano ricordare.

E infatti non è l’unico colore che qualcuno è riuscito a “possedere”

La cosa più sorprendente è che Tiffany non rappresenta un’anomalia assoluta. Il diritto dei marchi ha riconosciuto in diversi casi che un colore può funzionare come identificatore commerciale quando il pubblico ha imparato ad associarlo a una determinata origine e quando non svolge una funzione che i concorrenti devono poter utilizzare liberamente. Il caso Qualitex, deciso all’unanimità dalla Corte Suprema nel 1995, riguardava per esempio una particolare tonalità verde-oro utilizzata sui tamponi delle presse per lavanderie a secco.

Sì.

Abbiamo appena messo nella stessa parte di un articolo Tiffany & Co. e i tamponi per presse delle lavanderie.

La proprietà intellettuale è un posto meraviglioso.

Ma Tiffany ha qualcosa in più. Per conoscere molti color trademark bisogna conoscere il marchio e il settore. Con Tiffany il meccanismo è entrato nella cultura popolare. Quel colore ha smesso di vivere soltanto sulle confezioni ed è diventato un riferimento cromatico nel linguaggio comune.

Diciamo “azzurro Tiffany” e sappiamo più o meno dove guardare.

E questa, per un brand, è una vittoria enorme: quando il tuo nome non ha più bisogno del prodotto per essere evocato, ma comincia addirittura a descrivere il mondo che gli sta intorno.

E poi c’è Audrey

Naturalmente non possiamo parlare di quanto quella scatola sia entrata nell’immaginario collettivo senza pensare a Breakfast at Tiffany’s.

Nel 1961 Audrey Hepburn davanti alle vetrine della Fifth Avenue contribuì a fissare Tiffany in un immaginario che andava molto oltre la gioielleria: New York, desiderio, sofisticatezza, sogno. Il film non inventò il Tiffany Blue — esisteva da oltre un secolo — ma arrivò quando il marchio possedeva già tutti gli ingredienti per diventare qualcosa di più grande di un negozio.

Ed è interessante perché il branding più potente funziona proprio così. Non controlla soltanto quello che vende; a un certo punto entra nella cultura e lascia che siano cinema, moda, persone e rituali a continuare a costruirne il significato.

Il prodotto diventa parte di una storia più grande.

E la scatolina azzurra diventa quasi un personaggio.

Con Breakfast at Tiffany’s, la scatolina azzurra entra definitivamente nell’immaginario collettivo – AI/V

Quanto vale, allora, un colore?

È impossibile mettere un cartellino del prezzo sul Tiffany Blue separandolo da tutto il resto del marchio.

E forse sarebbe anche la domanda sbagliata.

La domanda interessante è: quanto valore può accumulare una scelta progettuale apparentemente minuscola, se viene mantenuta abbastanza a lungo da diventare memoria collettiva?

Nel 1845 era un colore su una copertina.

Oggi Tiffany lo definisce il proprio colore distintivo, lo utilizza su packaging e comunicazione, lo ha registrato come marchio e dispone di una tonalità Pantone personalizzata che non viene resa disponibile al pubblico.

Ma nessuna di queste cose, presa singolarmente, spiega davvero il fenomeno.

La parte straordinaria è che, davanti a una scatola azzurra con un nastro bianco, sappiamo cosa aspettarci prima ancora che venga aperta.

Un designer può progettare una confezione.
Un’azienda può registrare un marchio.
Pantone può definire una tonalità.

Ma riuscire a fare in modo che un colore generi aspettativa, desiderio e riconoscimento ancora prima che compaia il prodotto richiede qualcosa che non si può comprare in una cartella colori.

Tempo e coerenza.

E una quantità quasi patologica di disciplina nel non cambiare idea ogni tre anni perché “adesso il brand avrebbe bisogno di qualcosa di più fresco”.

Charles Lewis Tiffany scelse un azzurro nel 1845 e, quasi due secoli dopo, ne stiamo ancora parlando.

Forse la vera lezione non è che Tiffany sia riuscita a rendere proprio un colore.
È che è riuscita a fare qualcosa di molto più difficile:

ha fatto in modo che quel colore diventasse Tiffany.

🧠 Il cervello creativo di oggi si porta a casa questo

Un’identità forte non nasce necessariamente da una grande idea.

A volte nasce da una piccola idea alla quale viene concesso abbastanza tempo per diventare enorme.

Nel design abbiamo spesso paura della ripetizione. Cerchiamo il nuovo, cambiamo, aggiorniamo, riposizioniamo. E naturalmente evolvere è necessario. Ma Tiffany dimostra che esiste una differenza enorme tra evolvere un’identità e stancarsi di essa prima che abbia avuto il tempo di sedimentare.

Un colore scelto nel 1845 è diventato, attraverso coerenza, cultura e riconoscibilità, qualcosa che oggi non ha nemmeno bisogno del nome dell’azienda per presentarsi.

E forse è questa la domanda interessante da portarci a casa: se togliessimo il logo dai nostri progetti, rimarrebbe qualcosa capace di dire chi siamo?

Perché quando la risposta è sì, non abbiamo più soltanto progettato un’immagine.

Abbiamo costruito un’identità.

 

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