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Libri giapponesi: ti entrano piano. Poi restano

Ti entrano piano…Poi restano

E’ difficile spiegare cosa succede quando inizi a leggere libri giapponesi.

All’inizio sembra che non stia succedendo molto. Tutto è lento, controllato, quasi minimale.
Le storie non urlano, non accelerano, non cercano di impressionarti.

Poi succede una cosa strana: ti accorgi che sei dentro.

Non perché qualcosa ti abbia trascinato, ma perché hai iniziato tu a riempire gli spazi. E da quel momento cambia tutto.

Non è semplicità. E’ sottrazione

Si tende a pensare che questi libri siano “semplici”.
In realtà non è semplicità, è sottrazione.

ancient scroll writing documenting history – Pic by FreePik

Non ti spiegano tutto ed evitano di guidarti. 

Lasciando vuoti, ti costringono a partecipare. E questo rende la lettura molto più attiva di quanto sembri.

Questa modalità narrativa è molto legata ad un approccio culturale in cui il non detto ha lo stesso peso di ciò che viene esplicitato.

Personaggi imperfetti, ma credibili

Non sono eroi. Non sono modelli.

Spesso sono persone normali, a volte confuse, a volte quasi invisibili.
Non sempre li capisci fino in fondo…e non sempre serve.

Perché il punto non è “capirli”, ma riconoscerli.

Una stanza, una strada, una tazza.
Nei libri giapponesi l’ambiente non è sfondo: è struttura narrativa.

Le atmosfere diventano parte della storia, e spesso restano più dei fatti stessi.

I miei preferiti (quelli che mi sono rimasti)

Sono libri che, in modi diversi, mi hanno lasciato qualcosa – e che, se li inizi, difficilmente molli a metà.

Piccoli inganni crudeli – Keigo Higashino

Se ti piacciono i thriller “intelligenti”, questo è pericoloso.

Non nel senso che fa paura. Nel senso che ti incastra.
Parte quasi tranquillo, senza forzature, e poi pian piano ti porta esattamente dove vuole lui… senza che tu ne accorga.

La cosa bella è che non punta sull’effetto wow, ma sulla costruzione. E quando arrivi alla fine, realizzi che tutto era lì, sotto gli occhi, dall’inizio. 

Strani disegni – Uketsu

Questo è un libro difficile da classificare.

Non è il classico libro dove “succede qualcosa”. E’ più una sensazione costante che qualcosa non torni. 
Parti da dettagli piccoli, quasi banali – dei disegni – e finisci in un’atmosfera che diventa sempre più inqueta, senza mai essere esplicita.

E’ uno di quei libri che leggi pensando “ok, ma dove sta andando?”
E proprio per lo stesso motivo non riesci a smettere.

Norwegian Wood – Haruki Murakami

Qui si rallenta davvero.

E’ malinconico, emotivo, a tratti anche fragile. 
E’ lento, sì. Ma è uno di quei lenti che ti sfiorano delicatamente e non ti mollano più.
Murakami riesce a raccontare cose normalissime  -relazioni, perdita, crescita – in un modo che ti resta addosso senza far rumore. 

E’ quello a cui continui a pensare anche dopo averlo chiuso.

Finchè il caffè è caldo – Toshikazu Kawaguchi


Questo è il classico “lo leggo al volo” – e poi ti sorprende.

L’idea è semplice: puoi tornare indietro nel tempo, ma con regole rigidissime. 
E già li capisci che non è una storia sul viaggio nel tempo, ma su tutto quello che non diciamo quando dovremmo.

Credo di essermi avvicinata a questo libro anche per un motivo molto personale: l’idea di poter rivedere qualcuno che amiamo, anche solo per poco, è una di quelle cose che restano sempre lì…in sottofondo. 

Scorre velocissimo, ma ha quel tipo di emozione silenziosa che arriva senza far troppo rumore. E proprio per questo, funziona.

In fondo, chi non vorrebbe avere ancora dieci minuti con qualcuno che, in realtà, non se n’è mai andato per davvero?

I miei giorni alla libreria Morisaki – Satoshi Yagisawa

Questo è un libro-rifugio.

Non ha grandi colpi di scena, non cerca di stupire. E’ più una sensazione: quella di entrare in un posto dove tutto rallenta un attimo.

Una libreria, giornate tranquille, piccoli cambiamenti.
E’ uno di quei libri che non ti travolge, ma ti “sistema” un po’ mentre lo leggi.

E ogni tanto, serve anche quello.

Non Lasciarmi – Kazuo Ishiguro


Questo è diverso.

Parte in modo quasi innocente, ti incuriosisce subito, ti fa andare avanti senza sforzo. Poi, lentamente, cambia.
Non in modo drastico – ed è proprio questo che ti fa andare avanti.

Il finale, sì, in parte è prevedibile e non mi ha fatto esultare. Ma non è lì il fulcro. Il punto è il percorso: quando realizzi davvero dove stai andando,  ci sei già dentro.
E non è una sensazione così semplice da scrollarsi di dosso.

In conclusione i libri giapponesi non sono per tutti, e non vogliono esserlo.
Non cercano di catturarti subito. Ti lasciano il tempo di entrare, o di restarne fuori. E forse è proprio questo il motivo per cui funzionano così bene: non ti impongono nulla.

Ti entrano piano.
E, se succede, poi restano.



Leggo questi libri con grande piacere. Non solo per curiosità, ma
perché credo molto nei linguaggi che non spiegano tutto subito.
Mi piace l’idea che la comprensione richieda tempo, attenzione, e un po’ di silenzio.

E’ un modo di leggere che, in fondo, è anche un modo di pensare.

 

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