C’è stato un momento storico – non saprei dire quale – in cui abbiamo deciso collettivamente che l’intrattenimento dovesse distruggerci psicologicamente.
Non solo nei libri.
Anche nelle serie.
Nei film.
E persino nei documentari ormai.
Non guardiamo più una commedia romantica:
guardiamo una miniserie danese dove una donna emotivamente dissociata scopre che il marito conduce una doppia vita in una comune eco-sostenibile piena di segreti e qualcuno viene trovato morto in un lago ghiacciato entro il secondo episodio.
E noi lì:
“Bellissima fotografia però.”
Stessa cosa nei libri.
Non basta più una bella storia.
Deve:
– annientarti,
– aprirti vecchie ferite,
– farti sospettare del tuo partner,
– distruggere il concetto stesso di fiducia umana,
– costringerti a rivalutare l’intera esistenza,
e possibilmente contenere almeno un cadavere in una vasca da bagno…
Nel frattempo noi lettori, con aria sofisticata, diciamo:
“Mamma mia stupendo, mi ha lasciato un vuoto.”
UN VUOTO. Come se fosse un valore editoriale.
E sia chiaro: io amo, tantissimo, i thriller (soprattutto quelli psicologici). Amo i libri disturbanti. Amo i plot twist che ti fanno fissare il soffitto alle due di notte chiedendoti se chiunque attorno a te sia un sociopatico funzionale.
Però.
Però ad un certo punto il cervello umano ha bisogno anche di ridere.
Non sorridere educatamente. RIDERE.
Quella risata vera, improvvisa, stupida, che arriva mentre sei in una sala d’aspetto piena di gente e ti fa sembrare una pazza.
( curioso come al giorno d’oggi se qualcuno urla e s’incazza ad un bancone nessuno fa un plissé, mentre se ti scoppia una sana risata di gusto tutti ti guardino come tu fossi appena uscita da Azkaban insieme a…voi sapete chi).
Tornando a noi, la cosa assurda è che i libri che fanno davvero ridere sono rarissimi!
Perché fare paura è relativamente semplice.
Basta:
– un bosco,
– una bambina inquietante,
– una madre instabile,
– oppure un marito che “sembra perfetto”.
Fare ridere invece richiede precisione chirurgica. Richiede ritmo, voce, personaggi talmente ben scritti da diventare reali.
Prendiamo Zia Mame.
Mame non entra nelle scene.
Le invade come un uragano con una pelliccia addosso e probabilmente un cocktail in mano.
Leggere Zia Mame significa assistere per 300 pagine a decisioni sempre più irresponsabili prese con una sicurezza assolutamente ingiustificata.
E il bello è che mentre ridi pensi:
“Vorrei essere lei.”
“Non sopravviverei tre giorni accanto a lei.”
“Forse è un genio.”
Oppure Una banda di idioti.
Ignatius J. Reilly è probabilmente una delle creature più irritanti mai apparse sulla carta stampata.
Sembra un uomo rimasto bloccato nel Medioevo, nella rabbia e probabilmente anche nella digestione.
E’ pomposo, teatrale, offensivamente convinto della propria superiorità intellettuale.
Praticamente internet prima di internet.
Ci sono scene talmente assurde che sembrano scritte da qualcuno che osserva l’umanità con la stessa espressione di un gatto profondamente deluso.
Ma secondo me i libri più sorprendenti sono quelli che non sembrano nemmeno “comici”.
Tipo Eleanor Oliphant sta benissimo.Che tecnicamente parla:
– di solitudine,
– trauma,
– isolamento emotivo,
– disagio sociale.
Eppure Eleanor è esilarante. Non perché faccia battute.
Ma perché osserva il mondo con una logica tutta sua, rigidissima e completamente fuori sincronizzazione con gli altri esseri umani.
Le sue interazioni sociali sembrano esperimenti antropologici falliti.
E quella comicità lì è potentissima perché nasce da qualcosa di tremendamente reale: il fatto che moltissime persone si sentano segretamente fuori posto quasi tutto il tempo.
Poi ci sono quei libri che sembrano scritti da qualcuno che ha osservato l’umanità troppo a lungo ed ha deciso di reagire con sarcasmo puro.
Come Il privilegio di essere un guru.
Che riesce contemporaneamente a prendere in giro:
– la spiritualità,
– l’ego,
– la ricerca ossessiva della felicità,
– e il disperato bisogno umano di sentirsi “evoluti”.
Leggendolo hai continuamente la sensazione che l’autore stia dicendo:
“Vi voglio bene ma siete tutti completamente folli.”
Ed è difficile dargli torto.
Poi c’è L’amore è un difetto meraviglioso, conosciuto anche come Il progetto di Rosie, che trasforma il disagio sociale in una forma d’arte.
Il protagonista affronta le relazioni umane come se fossero un esperimento scientifico perfettamente controllabile.
Spoiler:
gli esseri umani non collaborano.
Ed è proprio li che il libro diventa irresistibile. Ogni interazione sembra sul punto di collassare in tempo reale e il lettore assiste al disastro con la stessa energia con cui si guarda qualcuno tentare di trasportare una torta gigantesca su una strada ghiacciata… Sai che finirà male, ma non riesci a distogliere lo sguardo.
Ci sono anche quei romanzi britannici meravigliosamente storti che sembrano scritti apposta per chi ha un amore profondo per il caos elegante.
Tipo La fattoria delle magre consolazioni.
Che è sostanzialmente la storia di una donna ragionevole costretta ad interagire con persone che sembrano uscite tutte da universi psicologici incompatibili.
L’umorismo nasce dal contrasto continuo tra il dramma percepito dai personaggi e l’assurdità oggettiva della situazione.
Che, se ci pensiamo, è anche la definizione della maggior parte delle riunioni di lavoro.
E infine, non per importanza, abbiamo Lucky Jim. Che secondo me è uno dei libri più sottovalutati quando si parla di comicità intelligente.
Jim è intrappolato:
– nel mondo accademico,
– nelle convenzioni sociali,
– nelle convenzioni inutili,
– e soprattutto nella necessità di fingere continuamente di essere un adulto funzionale.
Praticamente la vita moderna.
La sua rabbia repressa verso l’umanità è scritta così bene che a volte sembra meno un personaggio e più il monologo interiore collettivo di chiunque abbia mai partecipato ad un aperitivo aziendale controvoglia.
La verità è che i libri che fanno davvero ridere non sono mai superficiali.
Sono lucidissimi.
Usano spesso l’umorismo per parlare della solitudine, delle relazioni, dell’assurdità sociale, della stessa fatica di essere persone.
Ed è probabilmente per questo che ci salvano così tanto.
Perché quando un libro ti fa ridere davvero succede una cosa stranissima: per qualche minuto il mondo sembra meno aggressivo.
Non risolto.
Non migliore.
Solo…meno pesante.
Che nel 2026, sinceramente, trovo sia già di per sé una forma di terapia.




